Metamorfosi d'amore
di Publio Ovidio Nasone

Metamorfosi d'amore

L’amore è mutamento, movimento, metamorfosi: ben lo sapeva Ovidio, che si definiva «cantore di teneri amori». Che metta in scena nelle sue Metamorfosi Eco e Narciso, Arianna e Teseo, Orfeo ed Euridice o Dafne e Apollo, il motore della trasformazione è sempre amore, ovvero il desiderio di colmare una distanza. «Un continuo incalzare di desideri», come ha scritto Italo Calvino: il poeta compone infatti con una grazia e con una leggerezza rimaste ineguagliate forse almeno fino a Shakespeare un’opera da rubricare fra i capolavori dell’umanità: acuta, intelligente e leggera, in senso calviniano, è un invito da rivolgere a tutti gli amanti.

Ovidio fu un poeta romano tra i maggiori elegiaci. Tutto quello che sappiamo sulla sua biografia sono testimonianze lasciate dal poeta stesso.
Nacque da una famiglia di rango equestre. A dodici anni si recò a Roma con il fratello per completare gli studi di grammatica e retorica dei più insigni maestri della capitale, in particolare Marco Aurelio Fusco e Marco Porcio Latrone.
In questi anni compì molti viaggi: ad Atene, com’era costume, in Asia Minore, Egitto e Sicilia.
Tornò a Roma dove intraprese la carriera pubblica come un funzionario, forse, di polizia giudiziaria. Contro la volontà di suo padre (che lo vorrebbe oratore) continuò a dedicarsi agli studi letterari frequentando il circolo di Messalla Corvino prima, e quello di Mecenate dopo. Qua conobbe i più importanti poeti del tempo: Orazio, Properzio e, per poco tempo, Virgilio.
Ebbe tre mogli: dopo due matrimoni sfortunati, sposò una giovane fanciulla della gens Fabia, di cui rimane testimonianza nei suoi testi.
All’età di venticinque anni realizzò una delle sue opere più note al pubblico, L’Ars amatoria in cui il poeta dava consigli agli uomini in merito alle tecniche da adottare per conquistare una donna.
In età matura scrisse il suo testo più conosciuto, Le Metamorfosi.
Nell’8 d. C. fu costretto a lasciare Roma e a prendere la via dell’esilio, poiché non rispettò le regole emanate da Augusto in occasione dell’elaborazione del testo L’Ars amatoria, il quale spingeva le donne dell’epoca a commettere adulterio.
Passò così il suo esilio a Tomi, città situata nell’attuale Romania, nella quale visse gli ultimi anni della sua vita senza mai riuscire a tornare a Roma.

  • Argomento Filosofia
  • ISBN 9788851144067
  • Pubblicato nel 2016
  • Formato Ebook

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