Critica della ragion pura
di Immanuel Kant
curato da Pietro Chiodi

Critica della ragion pura

«Quella in cui viviamo è la vera e propria epoca della critica, a cui tutto deve venire sottoposto.»

Questa frase, tratta dalla prima prefazione alla Critica della ragion pura, fa intuire la portata rivoluzionaria della prospettiva inaugurata di Immanuel Kant. Il puntiglioso, abitudinario professore di Königsberg, affronta – nel secolo dei Lumi e di Newton – l’esigenza di una rifondazione radicale della cultura, muovendo dall’oscura consapevolezza della necessità di far confluire ragione ed esperienza, e arrivando a delimitare nitidamente il raggio d’azione dei vari saperi. Se il metodo della scienza, così fecondo di risultati, alimenta le speranze nel progresso conoscitivo dell’umanità, d’altra parte non è in grado di offrire risposte agli interrogativi più profondi e pressanti, come il problema del libero arbitrio, dell’immortalità dell’anima, di Dio. La Critica della ragion pura è il capolavoro filosofico che, più di ogni altro, porta avanti lo spirito e gli ideali dell’Illuminismo: necessario è mostrare i limiti della ragione, perché, credendo di possedere verità assolute, si rischia di cadere nel fanatismo; al contempo, bisogna far valere con forza i diritti della critica razionale, se si vuole evitare che gli uomini siano schiavi di autorità e istituzioni prive di fondamento.

«Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!»: l’impulso di questo motto percorre l’intera filosofia di Kant, qui esposta nei suoi principi fondamentali.


Filosofo tedesco. Fu uno dei pensatori più influenti dell’epoca moderna. La sua opera più importante è Storia universale della natura e teoria del cielo (1755), nella quale avanzò l’ipotesi della formazione dell’universo da una nebulosa in moto rotatorio.
Nella Fondazione della metafisica dei costumi (1785) e nella Critica della ragion pratica (1788) Kant delineò un sistema etico nel quale alla ragione è attribuita l’autorità suprema in campo morale.
Particolare rilievo, sia come sintesi dell’estetica settecentesca sia come fondamentale e articolata premessa agli sviluppi dell’estetica romantica e idealista, ha la terza, grande opera di Kant, la Critica del giudizio (1790). L’esigenza di ritrovare una connessione tra i differenziati e discordanti mondi della natura e della libertà morale spinge Kant al completamento estetico. A tale scopo egli evidenzia un tipo di giudizio, quello «riflettente», che opera quando la rappresentazione, anziché essere sottoposta a un concetto e dare così luogo al giudizio conoscitivo o «determinante», è considerata nel suo rapporto con il soggetto e con le esigenze di questo. Si ha cioè il più elementare giudizio estetico quando, commossi e partecipi, nella contemplazione di uno spettacolo o di un oggetto dell’arte o della natura, proviamo un piacere che non ha legami con la conoscenza né con l’interesse: tale piacere, che accompagna la rappresentazione, deriva dall’accordo che sorge tra quei fenomeni e le nostre più profonde aspirazioni. Accanto al bello, implicante armoniosa e godibile quiete, Kant caratterizza il sublime come ciò che appare in oggetti di potenza e proporzioni smisurate, con un primo effetto di fare apparire i limiti e l’insignificanza dell’uomo, ma con il secondo effetto di risvegliare, per reazione, la coscienza della superiorità morale e del destino soprasensibile dell’uomo.
La trattazione unitaria e analogica dell’arte e della natura elaborata da Kant influenzò profondamente Goethe, Schiller, i romantici.

Pietro Chiodi (1915-1970), filosofo esistenzialista, fu studioso di Kant, Heidegger e Sartre. Autore di una traduzione del capolavoro di Heidegger, Essere e tempo, che ha lasciato il segno nella filosofia italiana. Fu maestro di vita e pensiero per i suoi allievi, tra cui Beppe Fenoglio, che lo ricorda nel Partigiano Johnny. Scrisse un libro sull’esperienza partigiana intitolato Banditi, recentemente ripubblicato.


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