Dune a perdita d’occhio, cammelli su cui viaggiano nomadi fieri, poi qualche palma qua e là, a indicare le oasi: questa è l’immagine che vi sarà venuta in mente leggendo il titolo di questo libro, Sahara: la quintessenza del deserto, spazio quasi metafisico, cristallizzato in un’antichità esotica e lontana.
Ma, come ogni luogo comune, è falso. Perché il Sahara intanto non è solo sabbia infinita: resta il deserto caldo più grande al mondo, ma per esempio sulle pendici del massiccio dell’Ahaggar, in Algeria, crescono olivi selvatici, tamarindo, palme e lavanda; oppure nel Banc d’Arguin, sulle coste della Mauritania, l’incontro tra le correnti fredde dell’Atlantico e il calore del deserto genera una nebbia costante e acqua in abbondanza, così che tra le dune vivono le foche monache e i pescatori imraguen riempiono le loro reti.
Poi certo, ci sono ancora le romantiche carovane di cammelli dei tuareg, ma per esempio da El Khalil, una città del Mali che non è segnata su nessuna mappa, partono ogni giorno modernissime carovane di camion protette da uomini armati. Trasportano prodotti di prima necessità e beni di contrabbando che, dopo una lunga e difficile traversata, raggiungono l’Egitto e persino l’Europa. E sono altrettanto moderne le traversate di centinaia di migliaia di persone in fuga dalla povertà e dalla guerra, dirette verso il Mediterraneo.
Judith Scheele, antropologa che da vent’anni lavora tra Mali, Ciad e Algeria, coniuga l’analisi politico-economica con il racconto in prima persona dei suoi incontri sul campo, guidandoci a scoprire il vero Sahara: un luogo che pensavamo periferico e desolato e che invece è una cruna da cui passano tutti i temi cruciali del presente, dalle migrazioni alle guerre, dalle crisi internazionali al cambiamento climatico. Un luogo che non è né solo uno snodo dei commerci né un ostacolo da superare, ma un habitat complesso e multiforme, in cui i suoi irriducibili abitanti hanno dovuto trovare sempre nuovi modi di sopravvivere, vivere e, nonostante tutto, prosperare.






